martedì 26 maggio 2026

L’Italia dell’IA che non si racconta quasi mai

 

Quando si parla di intelligenza artificiale in Italia, la discussione pubblica si concentra quasi sempre sugli stessi temi: ChatGPT, i rischi per il lavoro, le fake news o le grandi aziende tecnologiche americane. Molto meno raccontata è invece la trasformazione silenziosa che sta avvenendo dentro il tessuto sociale e produttivo italiano.

Eppure alcuni dati recenti mostrano un quadro più interessante — e più contraddittorio — di quanto sembri.


L’IA cresce rapidamente, ma quasi nessuno se ne accorge


Secondo i dati ISTAT, nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti utilizza tecnologie di intelligenza artificiale. Solo un anno prima erano l’8,2%. Nel 2023 appena il 5%.

La crescita è quindi molto rapida. Eppure la percezione pubblica è diversa: in Italia continua a prevalere l’idea che l’IA sia ancora una tecnologia “sperimentale”, confinata alle startup o alle multinazionali.

In realtà sta entrando soprattutto nelle attività quotidiane e meno visibili: estrazione automatica di dati dai documenti, generazione di testi, traduzioni, gestione clienti, trascrizione vocale, organizzazione interna delle informazioni. Non l’IA “spettacolare”, ma quella amministrativa e invisibile.

È un cambiamento importante perché il sistema produttivo italiano è composto soprattutto da piccole imprese, tradizionalmente lente nell’adozione tecnologica. Il fatto che l’utilizzo dell’IA stia crescendo proprio in questo contesto suggerisce che la soglia di accesso si sia abbassata drasticamente.ù


Il vero problema italiano non è la tecnologia


La parte più interessante dei dati, però, riguarda gli ostacoli.

Le imprese che non adottano l’IA indicano come principale problema non il costo, ma la mancanza di competenze. Quasi il 60% delle aziende che avevano valutato investimenti in IA ha rinunciato perché non disponeva di personale adeguatamente formato (Istat).

Questo cambia molto la prospettiva. Per anni si è pensato che il ritardo italiano fosse dovuto soprattutto alle infrastrutture o agli investimenti insufficienti. Oggi emerge invece un altro elemento: la difficoltà culturale e professionale nell’integrare strumenti che richiedono nuove modalità di lavoro.

L’Italia, inoltre, continua ad avere competenze digitali inferiori alla media europea. Nel 2025 solo il 54,3% degli italiani tra 16 e 74 anni possiede competenze digitali almeno di base, ancora lontano dall’obiettivo europeo dell’80% entro il 2030 (Istat).

Il risultato è un paradosso: l’accesso all’IA è diventato facilissimo, ma la capacità di usarla bene resta limitata.


La nuova frattura sociale potrebbe essere cognitiva


Un tema ancora poco discusso riguarda il modo in cui l’IA rischia di ampliare differenze già esistenti.

Uno studio recente sulle pratiche di utilizzo dell’IA generativa in Italia mostra che gli strumenti come ChatGPT vengono ormai usati anche per prendere decisioni personali, cercare informazioni mediche o ottenere supporto emotivo.

Ma lo stesso studio evidenzia anche un problema: molti utenti non riescono a riconoscere errori, imprecisioni o informazioni inventate dai sistemi di IA.

In altre parole, il vero divario non è più soltanto “chi ha accesso alla tecnologia” e chi no. Sta emergendo una differenza più sottile: tra chi sa interrogare criticamente questi strumenti e chi tende invece ad accettarne automaticamente le risposte.

È una distinzione che potrebbe avere effetti enormi sulla qualità dell’informazione, sul lavoro intellettuale e persino sulla partecipazione democratica.


I giovani usano già l’IA come un ambiente naturale


Un altro aspetto ancora sottovalutato riguarda le nuove generazioni.

Secondo una ricerca promossa da Telefono Azzurro, il 35% degli adolescenti italiani utilizza regolarmente strumenti come ChatGPT, mentre circa tre ragazzi su quattro dichiarano di conoscere o usare chatbot basati su IA.

Per molti adulti l’intelligenza artificiale resta una novità. Per una parte crescente dei giovani, invece, sta diventando qualcosa di normale, quasi invisibile: uno strumento quotidiano di studio, ricerca, scrittura e conversazione.

È forse questo il cambiamento più profondo. L’IA non si sta imponendo attraverso grandi rivoluzioni improvvise, ma entrando lentamente nelle abitudini ordinarie delle persone.

E proprio per questo rischia di essere sottovalutata.


Fonti

ISTAT – “Imprese e ICT 2025”; ISTAT – “Cittadini e ICT 2025”; Reuters; AGCOM; studio accademico “Generative AI Practices, Literacy, and Divides: An Empirical Analysis in the Italian Context”; Telefono Azzurro.


 Fabio Ascani - con ChatGpt


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