sabato 11 novembre 2017

Un libro per caso - La storia di Cantuccio e Taglierino - Miguel de Cervantes Saavedra

di Francesca Senna

Abbiamo in questo testo curato da Walter Ghia, una nuova traduzione e un illuminante saggio critico introduttivo di una delle novelle più riuscite di Miguel de Cervantes. 

Miguel de Cervantes Saavedra (1547-1616) – La sua vita non ricalca quella di un accademico né quella di un uomo di corte. Nel 1569, per evitare una condanna, fugge in Italia; mentre ritorna in Spagna (1575) è catturato dai Turchi e rimane per cinque anni ad Algeri. Dal 1587 è commissario ai rifornimenti della flotta, e poi responsabile della riscossione di imposte. Accusato di un ammanco, è imprigionato (1597) nel Carcere Reale di Sevilla, dove concepisce per la prima volta l’idea del Chisciotte. Nel dicembre1604 è terminata la prima parte del Quijote, nel 1613 compaiono le Novelas ejemplares, nel 1615 la seconda parte del Quijote.

La storia di Cantuccio e Taglierino traduce Rinconete y Cortadillo, una delle più ardite e gustose fra le Novelas ejemplares di Cervantes. Il racconto descrive la dimensione malavitosa sivigliana tra i secoli XVI e XVII. L’autore conosceva bene il fenomeno, anche per precise circostanze biografiche.
Rinconete y Cortadillo è un’opera di letteratura, ma si costruisce a partire da elementi di realtà, quando descrive la cofradía che impone il monopolio del crimine: il sodalizio è strutturato secondo regole, prevede funzioni specifiche, attinge ad un rapporto di scambio con una parte dei pubblici poteri, compie intimidazioni su commissione. Siamo di fronte, oltre che a pagine straordinarie per ironia e vivacità linguistica, ad un prezioso documento delle radici delle “organizzazioni criminali”.

La trama:
Siamo nel XVII secolo; in una torrida giornata estiva due ragazzi dall’apparente età di quattordici e quindici anni siedono per fare la siesta sotto il porticato del Piccolo Mulino, un’osteria posta lungo la strada che dalla Castiglia conduce verso l’Andalusia, nel punto esatto in cui si addentra ormai nella Sierra Morena. Entrambi hanno il volto bruciato dal sole, gli occhi scavati dal caldo e dagli stenti, la mani assai sporche e le unghie cerchiate di nero. Indossano abiti logori e calzano scarpe malconce, uno porta una spada tronca e l’altro è munito di un coltello da vaccaro. Non si sono mai incontrati prima, ma non tardano a fare conoscenza. Il più giovane racconta di chiamarsi Diego Del Taglio e di essere figlio di un sarto dal quale ha appreso il mestiere e se n’è servito per scucire tasche e tagliare borse. Il più grande, invece, si presenta come Pietro del Canto e rivela di aver rinunciato ad accostarsi al padre nell’attività di banditore di bolle ecclesiastiche per guadagnarsi da vivere barando al gioco delle carte. Sotto la spinta della comune condizione stringono amicizia e si associano per spennare gli avventori delle locande non appena saranno arrivati a Siviglia…

Composto presumibilmente tra il 1601 e il 1605, il racconto ci consegna la vicenda di due tipiche figure di picari: due ragazzi che hanno intrapreso la vita del vagabondaggio e preferito ricorrere al furto e all’imbroglio invece di dedicarsi a un’occupazione onesta. La loro identità è già tutta nel titolo originale Rinconete y Cortadillo, due diminutivi che fungono da soprannomi, dove Rincón (angolo) rimanda all’agire di soppiatto e dunque metaforicamente all’attività del baro, mentre Cortado (taglio) rinvia all’abilità di chi incide le borse con la lama e dunque metaforicamente all’arte del furto. Ci troviamo dinanzi a un racconto di un’emozione discreta ma che cattura l’attenzione per la descrizione assai accurata del fenomeno della criminalità a Siviglia. E al termine della lettura non restano dubbi né sul valore di questo grande scrittore, né sulla suggestione della sua scrittura.

Di fatto l’opera di Cervantes si iscrive appieno nel filone che, a partire dalla metà del Cinquecento, produce numerosi testi letterari dedicati alla descrizione del mondo dei poveri, degli emarginati e dei vagabondi. E appunto in questa novella Miguel de Cervantes presenta due tipiche figure di picari: due ragazzi che hanno intrapreso la vita del vagabondo, che preferisce ricorrere al furto e all’imbroglio piuttosto di dedicarsi a un onesto lavoro.

Se però in alcuni casi di questo filone letterario è possibile che gli autori fossero ben informati sulla realtà sociale che presentano nei loro scritti, in altri ci troviamo di fronte a rappresentazioni stereotipate oppure a racconti moraleggianti; tanto che spesso i testi che parlano dei poveri ci informano non tanto sui miserabili stessi, bensì sul modo in cui la comunità che deve rapportarsi con loro li raffigura e li percepisce.
In questi testi troviamo alcuni elementi costanti: si afferma ripetutamente che la maggioranza dei poveri sono degli impostori, che fin da piccoli hanno imparato una vera e propria arte; che per la maggior parte i mendicanti sono degli abilissimi attori, degli straordinari simulatori capaci di suscitare la pietà della gente; in tal modo, senza faticare, diventano ricchissimi.
Inoltre, li si presenta come organizzati in una vera e propria contro-società, dotata di autorità, di gerarchie e di norme del tutto diverse da quelle vigenti nel mondo rispettabile.
Nella Spagna del cosiddetto secolo d’oro (1550-1650), la tendenza a porre al centro di una narrazione un soggetto marginale si manifestò in modo particolarmente forte, al punto da coinvolgere anche numerosi scrittori di notevole fama, primo fra tutti Miguel de Cervantes.
Nella letteratura spagnola, il tipico vagabondo viene chiamato picaro, termine che significa servitore, cioè figura di bassa estrazione sociale che si mette al servizio di uno o più padroni, li imbroglia, deve fuggire e vive una serie di avventure, prima di trovare una sistemazione più o meno dignitosa nel mondo normale.
Molti degli scrittori che si impegnarono nel genere picaresco diedero voce a una dilagante paura nei confronti dei miserabili, al disprezzo per gli emarginati e composero opere che, di fatto, servirono a giustificare la politica di repressione sociale adottata dal governo.

Il picaro è spesso presentato come un individuo di origine infame: è figlio illegittimo, oppure ha il padre ladro e la madre prostituta.  Esce dalla comunità degli uomini rispettabili, per intraprendere una vita disonesta. Alla base di tutto viene posto l’ozio, la pigrizia, il rifiuto di guadagnarsi il pane con il sudore della fronte; di conseguenza, il vagabondo vive di espedienti e di piccole truffe, oppure si trasforma in ladro e in mendicante imbroglione. L’unico valore che veramente conta è l’astuzia, l’ingegno, la capacità di ingannare il prossimo. Il ritratto del picaro e degli ambienti in cui si muove è generalmente impietoso: si utilizza uno stile descrittivo sì divertente ma grottesco; le avventure sono appassionanti, le beffe o le fughe, il giudizio sul mondo dei miserabili e dei vagabondi finisce per essere duro, improntato a severa condanna e scarsa comprensione della reale disperazione di chi era costretto a vivere di espedienti.

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