domenica 12 giugno 2016

Un libro per caso - Le quattro casalinghe di Tokyo di Natsuo Kirino

di Francesca Senna

Mi trovo di fronte al mio primo thriller giapponese. E premesso che non è il mio genere preferito e che appunto è la mia prima “esperienza” nel settore specifico (thriller + giapponese), devo dire che il mare di emozioni che il testo è stato in grado di inviarmi è confuso oltre che vasto.
Si tratta di una storia tutta al femminile: quattro donne incastrate nella loro vita un po' per loro scelta un po' per scelta degli altri, sceglieranno – consapevolmente - anche se non fino in fondo, di varcare il punto di non ritorno pur di arrivare alla loro libertà.  
Quattro donne che affrontano tutto questo da sole… ed è appunto il termine solitudine, nelle sue mille sfaccettature, quello che ritorna incalzante in quasi ogni pagina del libro.
Si parla di noia, di routine, di lavoro pesante che rende la vita insopportabile e di voglia di libertà.
E in queste donne da sempre costrette ad un atteggiamento remissivo e di totale sottomissione all'uomo, questo disagio, questa solitudine interiore accompagnata dal desiderio lacerante di opporsi, di cambiar vita, di trovare una via d'uscita, è ancora più marcato ed evidente. La donna è dunque vittima.
Molto sviluppate sono l’analisi psicologica e la caratterizzazione dei personaggi e dell’ambiente sociale. Così il mal di vivere, l’apatia, l’umiliazione e la rabbia diventano elementi fondamentali del thriller.
A scelta effettuata (l’omicidio) si innescherà una serie di eventi, che susseguendosi con un ritmo straordinario, stravolgerà le vite delle quattro donne.
Forte il contrasto tra tradizione e modernità nella condizione femminile giapponese forgiata in uno stile tipico che ci regala un incedere tranquillo e pacato del racconto in netto contrasto col contenuto decisamente cruento. La scrittura estremamente scorrevole, rende il libro accattivante.
La trama è un gioco di incastro: ogni personaggio è funzionale alla storia e vi si incastra alla perfezione. Non ci sono dispersioni, tutto torna, niente si perde in questa lunga narrazione di circa settecento pagine!
Un piano – quello dell’omicidio - che stringe le donne in una complicità negativa, in un rapporto che presto assume i connotati di qualcosa di morboso. L'omicidio diventa un pretesto per descrivere uno spaccato della vita e della condizione della donna nella società giapponese, un ambiente che risulta “inquinato”, dove gli individui hanno un'ombra cupa, personale, che li tormenta interiormente, che nascondono all'esterno ma che si allunga e s'infittisce nel loro animo, fin quando non prende il sopravvento manifestando tutto il loro male di vivere.
Dietro un visino angelico, una carnagione pallida, quasi eterea, un'apparente innocenza, nascondono un impeto, una combattività ed una volontà di reagire che quando esplode diventa incontrollabile.
I personaggi sono splendidamente caratterizzati così come i luoghi, tanto che al lettore sembra di essere lì. Si sentono gli odori e si percepiscono i sentimenti così nitidamente tanto da creare confusione tra realtà e finzione (l’odore pesante dello stabilimento dove lavorano; l’odore acre dell’abitazione di una delle protagoniste; l’odore di nuovo e costoso dell’auto e degli accessori di una altra; l’odore di casa pulita e di buon cibo di una altra ancora…)
Gli stessi rapporti interpersonali odorano di profonda solitudine esistenziale, la quale sembra l’unico tratto che accomuna queste donne, al di là delle caratteristiche fisiche, della loro storia, del loro percorso.
E’ senza dubbio un libro avvincente; le pagine scorrono, corrono. La struttura e il ritmo sono incalzanti, perfetti. Alcune pagine sorprendono per l'efferatezza e - contemporaneamente- per la lucidità con la quale viene vista ed analizzata. E' uno sguardo sui lati scomodi della società giapponese. Costringe a fare auto-analisi: sembra di trovarci di fronte a quel tipo di lettura che vuole porre molte domande alla coscienza del lettore, portandolo ad interrogarsi sulla propria morale e costringendolo ad ammettere che la cattiveria è insita nell’animo umano: qualcuno la coltiva, qualcuno no. Qualcuno è costretto a coltivarla. 
Per tutto ciò, la storia risulta molto cupa e molto disperata. Ne emerge un ritratto dell'essere umano davvero meschino, disperato e triste, mentre la voce della coscienza urla il suo sconcerto.

Ciò potrebbe indurre il lettore ad abbandonare il testo ma, sarebbe un peccato!

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