mercoledì 6 marzo 2013

UN BORGHESE PICCOLO PICCOLO


Giorni fa, su un canale del digitale terrestre, in occasione dell’anniversario dei dieci anni dalla scomparsa del grande Alberto Sordi, hanno trasmesso il film “Un borghese piccolo piccolo” diretto dal grande Mario Monicelli. La ri-visione di questo film, che vidi per la prima volta tanti anni fa, mi ha segnato di nuovo nel profondo, come allora. Mi ha scosso, lasciandomi dentro tanti interrogativi e perplessità.
E’ la storia di Giovanni Vivaldi, impiegato al ministero, in prossimità della pensione. Conduce la sua vita sempre allo stesso modo da anni, dividendola tra lavoro e famiglia. Il suo giovane unico figlio Mario, un ragazzo non molto brillante, si è appena diplomato in ragioneria, con il minimo. Il compito di questo padre è di sistemarlo al ministero prima che vada in pensione. L’obiettivo è che questo ragazzo possa avere, come lui, una posizione modesta ma sicura, aspirando ad una tranquilla pensione. Per fare questo Giovanni si raccomanda in modo più o meno velato ai suoi superiori, arrivando addirittura ad iscriversi ad un movimento massonico, su consiglio del suo superiore. Si umilia, ma l’importante è sistemare il suo amato ragazzo prima di andare in pensione.
Tutto si rompe quando, recandosi nel luogo dove si tiene il concorso pubblico, per un caso fortuito, il figlio viene ucciso da dei rapinatori in fuga, inseguiti dalla polizia.
E’ qui che si rompe tutto uno schema ben consolidato, la serenità scompare, e tutto diventa drammatico, anche per la moglie, che per lo shock si paralizza completamente e perde l’uso della parola, ma non la lucidità mentale.
Stiamo parlando di un film del 1977. Un’Italia che, da racconti fatti, pur essendo io del ’72 non ho memoria del periodo, era in crescita. Eppure nel film si sottolinea una città, Roma, caotica, con il traffico e tante automobili; le discussioni continue per accaparrarsi un parcheggio. La necessità di abbonirsi i propri superiori al fine di ottenere favori. La sensazione di avere sempre e solo diritti, pochi sono i doveri. La non comunicabilità tra le persone perché incapaci di ascoltare l’altro e gli altri. E soprattutto la voglia di farsi giustizia da sé, perché non si crede nelle istituzioni; infatti il protagonista del film, riesce a sottrarre l’assassino del figlio alla polizia, facendolo rilasciare, fingendo di non riconoscerlo davanti agli inquirenti, per giustiziarlo con le proprie mani.
Se tutti questi punti, sottolineati nel film, li riportiamo al 2013, subito dopo le elezioni nazionali, ci rendiamo conto che quel film è una fotografia dell’Italia di oggi, nonostante i 35 anni trascorsi. Un’Italia in cui i diritti sono sacri, e i doveri no; un’Italia in cui una volta che si accaparra una poltrona, per quelli che ancora possono accaparrarsela, non si molla più. Un’Italia in cui non esistono valori, etica e moralità. Un’Italia in cui si vota per convenienza, non pensando al futuro delle nuove generazioni. Un’Italia in cui non si ascolta, ma si ha l’arroganza di sapere quello che è buono per gli altri. Un’Italia in cui la corruzione è sempre protagonista. Un’Italia che però, almeno questa volta, ha saputo dare voce ad una parte consistente della popolazione che forse si è stancata di vedere la stessa foto da troppi anni.

Gianni Casciano


Ricordiamo che in questi giorni, a dieci anni dalla scomparsa, il Complesso del Vittoriano ospita fino al 31 marzo 2013 la grande mostra “Alberto Sordi e la sua Roma” che vuole rendere omaggio al celebre artista mettendo in evidenza il suo straordinario rapporto con la capitale attraverso fotografie, filmati, lettere autografe, materiali audio e video, sceneggiature, installazioni, oggetti e documenti, molti dei quali inediti, provenienti dalla casa, dallo studio e dagli archivi privati.

Orario: dal lunedì al giovedì: 9.30 – 18.30; venerdì, sabato e domenica: 9.30 – 19.30 
L’ingresso è consentito fino a 45 minuti prima dell’orario di chiusura
INGRESSO GRATUITO
Per informazioni: tel. 06/69202049

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